“Debito-Pil italiano al 90% con le nuove regole della Ue” così Monti vuole battere la crisi
LA PAROLA chiave è “relevant factors”. C’è un debito pubblico pari al 120 per cento del Pil, come tutti sanno. Ma ora si profilano anche una serie di circostanze «attenuanti» che potrebbero dimezzare il nostro sforzo per raggiungere un rapporto debito-Pil del 60 per cento. Le «attenuanti», che non erano state inserite nella prima bozza del Trattato intergovernativo, sono spuntate nell’ultimo draft del documento: ora l’articolo 4 del Trattato, che dispone la «regola del debito », prevede un riferimento esplicito al regolamento 1177/2011 in base al quale devono essere considerate le attenuanti nel calcolo delle procedure di rientro dal debito. I “relevant factors” ci vedono in vantaggio. Basta scorrerli: si va dalla sostenibilità del sistema pensionistico alla ricchezza privata. Di conseguenza, secondo le prime valutazioni di ambienti governativi, la traduzione in cifre delle «attenuanti» ridurrebbe la base di partenza del nostro debito di 30 punti percentuali, dal temibile 120 per cento del Pil al virtuale 90 per cento. LA PRESSIONE italiana per inserire nel Trattato l’impegno alla crescita, la creazione di posti di lavoro e l’allargamento del mercato interno, è incappato nello stop di Germania e Paesi del Nord. Ma l’idea che senza crescita non si va da nessuna parte è ben radicata nel governo. Ieri il ministro per lo Sviluppo Corrado Passera al convegno francese di “Noveau Monde” ha tenuto a ribadirlo: «Politiche di austerità senza crescita sono destinate ad aprire la strada alla recessione e al disagio sociale, il disagio occupazionale sta crescendo molto più rapidamente di quanto cresca la disoccupazione ufficiale». L’Italia, dunque, non rinuncia: puntiamo ad una crescita dell’1 per cento del Pil dal 2013 con riduzione del cuneo fiscale, liberalizzazioni, deregolamentazione del mercato del lavoro e forti investimenti pubblici (il Cipe ci sarà venerdì 13 insieme al Consiglio dei ministri). Anche se bisogna considerare un altro no dell’Europa: all’idea di poter scorporare la spesa per investimenti dal deficit-Pil.

