Calciomercato: le trattative di Juve, Milan, Inter, Napoli e Roma di oggi

JUVENTUS – ALLENATORE Conte (c) ARRIVI Llorente (a, A. Bilbao), Tevez (a, Manchester City) PARTENZE Iaquinta (a) e Anelka (a, f.c.), Bendtner (a, Arsenal fp) TRATT. Jovetic (a, Fiorentina), Higuain (a, Real), Ogbonna (d, Torino), Zaza (a, Ascoli), Zuniga (d, Napoli), Diamanti (c, Bologna), Regini (d, Samp).

NAPOLI – ALLENATORE BENITEZ (n) ARRIVI Mertens (a, Psv), Rafael (p, Santos). PARTENZE Campagnaro (d, Inter). TRATTATIVE Torres (a, Chelsea), Silvestri (p, Padova), Morata (a, Real Madrid), Gonalons (c, Lione), Digard (c, Nizza).

INTER – ALLENATORE MAZZARRI (n) ARRIVI Andreolli (d, Chievo), Icardi (a, Samp), Laxalt (c, Defensor), Botta (c, Tigre), Campagnaro (d, Napoli) PART. Nessuno. TRATTATIVE Basta (c, Udinese), Isla (c, Juve), Gilardino (a, Bologna), Nainggolan (c, Cagliari), Dragovic (d, Basilea), Agazzi (p, Cagliari), Belfodil (a, Parma).

MILAN – ALLENATORE Allegri (c) ARRIVI Saponara (c, Empoli), Vergara (d, U. Popayan). PARTENZE Yepes (d, fine contr.), Ambrosini (c, fine contr.) TRATTATIVE Cerci (a, Torino), Poli (c, Sampdoria), Honda (c, CSKA), Matri (a, Juve), Astori (d. Cagliari), Diamanti (c, Bologna).

ROMA – ALLENATORE GARCIA (n) ARRIVI Benatia (d, Udinese), PARTENZE nessuno. TRATTATIVE Nainggolan (c, Cagliari), Julio Cesar (p, QPR), Viviano (p, Fiorentina), De Sanctis (p, Napoli), Gilardino (a, Bologna).

Stelle, stadio e club Milano è in vendita

La stagione dei salti arriva prima nella Milano calcistica.Pochi sconti e troppa merce, però, bloccano i clienti. Tranne uno: Erick Thohir. Dopo settimane di corteggiamento, la trattativa per l’ingresso del magnate indonesiano nell’Inter è giunta alla fase finale. La firma è ancora lontana – c’è tempo fino a fine luglio –ma la buona volontà di chiudere non manca. Merito della piattaforma di accordo imposta all’affare da Massimo Moratti: non ci sarà –a breve –un’Inter senza il suo presidente. Il patron resterà alla guida della società in ogni caso per almeno altri due-tre anni, per supportare l’ingresso nel calcio italiano del giovane editore asiatico. Su questa base si continuerà a lavorare per la definizione della quota di ingresso degli indonesiani: si partedauna base attorno al 40%, ma nel corso della trattativa non è escluso che i nuovi proprietari ottengano sin da subito una quota maggioritaria delle azioni fino al 60%. Moratti potrebbe dunque ottenere un sollievo per le sue finanze personali – dopo 18 anni a ripianare di tasca propria i bilanci nerazzurri (1,5 miliardi bruciati dal 1995) – e allo stesso tempo assicurare un futuro sereno all’Inter. Dal punto di vista tecnico attraverso la propria esperienza – e quella dei suoi collaboratori – e da quello finanziario. Con almeno 100 milioni in arrivo dall’Asia, l’Inter potrebbe ripianare i bilanci e pensare a rinforzarsi. Branca e Ausilio stanno già sfoltendo la rosa: Donati e Caldirola già in Germania; Duncan, Bardi e Benassi verso Livorno; addio a Stankovic e (si spera) Chivu. Ecco i fondi per coprire l’affare Belfodil, che attende ancor all’ok di Cassano e Silvestre. Per un grande colpo sarà necessario invece un sacrificio pesante tra Handanovic, Ranocchia e Guarin. Blindati i primi due, l’unico gioiello sul mercato è il colombiano che chiede solo una grande. Anzhi e Monaco sono quindi escluse. Con l’addio del centrocampista si potrà arrivare a Radja Nainggolan, indonesiano di padre e volto ideale per invadere il mercato di Giacarta con il marchio nerazzurro sotto l’insegna di Thohir. La Roma è sul giocatore, impossibile dunque aspettare Thohir per parlare col Cagliari. Stessa situazione per il Milan, costretto a un’altra stagione di autofinanziamento. Robinho e Boateng, però, al momento sembrano impiazzabili. Il ghanese non ha pretendenti, il brasiliano costo e pretese assurde. Ceduti Neymar e Anderson, il Santos avrebbe anche i soldi per chiudere l’affare ma bisogna fare in fretta: il 15 luglio chiude il mercato verdeoro. Ecco perché Galliani si è rassegnato a far cassa col sacrificio di El Shaarawy. Il messaggio è via dell’addio a parametro zero, tutti gli altri –da Taiwo a Traorè fino a Didac Vilà, Nocerino ed Emanuelson – dovranno trovare una sistemazione. Ma dove? Tra tanti addii, qualcosa si muove anche sul piano degli acquisti. Nessun campione, per ora, ma solo il caro vecchio “matto – ne”. L’acquisizione dell’area del trotto aprirebbe grandi prospettive di sviluppo per i conti di Inter e Milan, ma le due società devono combattere l’opposizione della Giunta comunale. Sarà più difficile convincere Pisapia o vendere Robinho?

Calciomercato Serie A oggi: Marchisio e De Rossi, Gila e Diamanti, azzurri con la valigia

Domani c’è la finalina per il terzoposto contro l’Uruguay, ma per molti azzurri la testa ègià almercato.A partiredauno deiprotagonisti della sfortunata sfida con la Spagna, cioè Daniele De Rossi. Il centrocampista giallorosso èdatempoin vendita,maieri il presidente della Roma James Pallotta ha aperto per la prima volta alla cessione di “Capitan Futuro”: «De Rossi? Vedremo. Tutti i giocatori sono sempre sul mercato, vale lo stesso per i miei Celtics, l’unico incedibile è Francesco Totti». Sul mediano c’è il forte interesse del Chelsea di José Mourinho, alla ricerca di un giocatore fisico e tecnico da aggiungere a centrocampo, una sorta di erede di Frank Lampard. Come De Rossi anche un altro azzurro è al centro del mercato: Alberto Gilardino, che potrebbe entrare in uno scambio con Borriello tra la Roma e il Genoa. Le trattative sono iniziate, ma il presidente rossoblu Preziosi frena: «Ancora non ci siamo. Noi vogliamo Borriello perché ha caratteristiche diverse da Gilardino ed è più utile al Genoa. Questa operazione però deve essere supportata da caratteristiche economiche. La prossima settimana vedremo se si potrà fare lo scambio». De Rossi, Gilardino e non solo: entro breve potrebbero muoversi anche i giocatori meno utilizzati da Prandelli, come Cerci, Astori e Diamanti (Milan?). Ma occhio anche al Monaco, che potrebbe rilanciare presto l’offerta per Marchisio.

Bravo Prandelli la sua nazionale sta crescendo bene

L’Italia di Prandelli perde ai rigori dai campioni del mondomagioca alla pari e forse anche meglio dei fortissimi spagnoli. Gli stessi mass media italiani, in generale più propensi a giudicare il risultato che la qualità del gioco, questa volta hanno magnificato la bontà della prestazione così contribuendo a migliorare la cultura di tutti. Cesare Prandelli ha dato a questa squadra una identità chiara e moderna: poche volte è successo che la nazionale fosse un riferimento superiore alle squadre di club. I risultati e la qualità del gioco espresso ne sono una conferma. Gli azzurri non lasciano iniziative agli avversari, non si rinchiudono affidandosi prevalentemente ai contropiedi e lanci lunghi, non lasciano gli attaccanti isolati. Cesare ha messo al centro di tutto il gioco e sta compiendo miracoli in relazione al football e mentalità dominanti in Italia, (eccetto Juve, Fiorentina e poche altre) e al poco tempo concessogli per ampliare conoscenza e mentalità. Il gioco è frutto della sua idea, capacità didattiche e gestibilità che ne moltiplica le soluzioni e le sicurezze dei calciatori. Non ha bisogno del giocatore inventore che sostituisca il flebile copione, ha necessità solo di esecutori abili e disponibili. Gli azzurri affrontano tutti gli avversari a viso aperto, cercano di imporre il proprio calcio, sanno che il miglior antidoto per fermare l’avversario e il più grande propellente per esaltare le loro qualità e possibilità di successo, è fare il proprio gioco. Sono un be l collettivo specialmente in fase offensiva dove il buon posizionamento, la fluidità di manovra, gli smarcamenti, i tempi di gioco e la capacità di tutti nel collaborare ne moltiplica le soluzioni e ne riduce la fatica. La distanza tra i vari reparti è discreta facilitando così la tecnica e risparmiando agli atleti corse lunghe. La tecnica poi in generale è eccellente nei vari Bonucci, Pirlo, Montolivo, Aquilani, De Rossi, Marchisio, Giovinco, Balotelli, Candreva, ecc. Credo che nel possesso palla sia la nazionale migliore in assoluto. Invece in fase difensiva gli uomini di Prandelli faticano ad essere un collettivo di pari livello a prescindere dai moduli difensivi sia a 4 o a 5 difensori perché non sempre gli attaccanti sono i primi difensori e questo non permette ai centrocampisti il pressing e le marcature strette ai difensori. In fase difensiva siamo insomma meno collettivo e attuiamo un pressing non di alto livello. Oggi ci si difende con la squadra evitando il più possibile l’uno contro uno: i nostalgici della marcatura individuale avrebbero difficoltà di giocare ora visto la severità arbitrale. E in ogni caso con undici giocatori si difende meglio che con uno solo. Cesare, purtroppo, ha poco tempo per insegnare il pressing all’organizzazione difensiva di squadra, e ha giocatori poco abituati a praticarlo nei propri club (eccetto la Juventus e poche altre). Ma credo che nel tempo Prandelli riuscirà a colmare anche questo neo. In ogni caso, in questo momento di magra a livello internazionale, dobbiamo ringraziare lui e questi ragazzi per lo splendido lavoro che stanno svolgendo.

Verso la finale Brasile-Spagna

«E ora sai che risate con i miei amici del Barça?». Dani Alves ha un sorriso da monello. La sua sarà una partita nella partita. «Consigli a Felipao? Non scherziamo. Tutti nel mondo conoscono il calcio spagnolo, l’abilità nel far girare la palla, quel cercare il gol attraverso gli unodue in velocità. Sarà come giocare davanti a uno specchio visto che anche la Seleçao viaggia sullo stesso binario. Chi toglierei alla nazionale di Del Bosque? Iniesta». Già, Iniesta. È lui il pericolo numero uno. Lo dicono tutti i nazionali brasiliani. Dedicandogli decine di aggettivi. «Iniesta in un attimo può cambiare la storia di una partita. Ha delle intuizioni geniali» osserva Hernanes. Che poi, aggiunge. «È anche un campione difficile da ingabbiare visto che è sempre in movimento. Non basta una marcatura individuale, va controllato da tutto un reparto cercando di portarlo il più possibile sulle corsie esterne. Dove fa meno male. Avrebbe meritato di vincere almeno un Pallone d’Oro». L’avversario peggiore La Spagna era la rivale più temuta. «È la nazionale più forte del mondo », sentenzia Neymar. Che comincerà ad «assaggiare» alcuni dei suoi prossimi rivali. Sergio Ramos, ad esempio. Sai che scintille? Un anticipo dei prossimi RealBarcellona. Julio Cesar, invece, si concentra sugli attaccanti di Del Bosque. «Torres è un killer dentro l’area di rigore. Guai a perderlo di vista. Ho avuto modo di seguirlo con attenzione in Premier League. El Niño ha finito alla grande nel Chelsea contribuendo alla vittoria in Europa League. È tornato il fuoriclasse dei momenti migliori. Però, a parte lui o Soldado o il “solito” Villa bisogna stare molto attenti ai centrocampisti. Sono tutti potenziali goleador. La Spagna è fortissima. Sono i favoriti. Ma non abbiamo paura di nessuno. Questa Seleçao può battere qualsiasi avversario. E avremo il cuore del Maracanà che batterà accanto a noi». Nessuno meglio di David Luiz conosce El Niño. «È un amico. È un giocatore formidabile, come ha dimostrato anche quest’anno nel “nostro” Chelsea. Dentro l’area di rigore ha una velocità di esecuzione spaventosa. L’ho sperimentato anche nelle partitelle in famiglia, delle vere e proprie battaglie. E lui è sempre in agguato, pronto a scaraventare in rete qualsiasi pallone vagante». Anteprima Mondiale? È una finalissima che sembra già proiettarsi nel futuro. Come se fosse la gustosa anteprima del Mondiale 2014. Thiago Silva, che tra l’altro continua a essere corteggiato dai club spagnoli, torna su Iniesta: «Mette paura. È un giocatore totale che incarna lo stile della sua nazionale». Il bomber Fred chiude elogiando la difesa avversaria. «Casillas è uno dei portieri più forti del mondo e la coppia PiquéSergio Ramos è bella tosta. Sarà un grande duello perché la Seleçao ha un attacco davvero formidabile. Questa finalissima garantisce spettacolo: si affrontano le due nazionali che amano di più giocare al calcio e che cercano sempre di vincere. La Confederations si chiuderà con una grande festa per il pallone ».

Italia, una ripresa da maestri

Qui c’è da mettere mano agli almanacchi della statistica, alla voce possesso palla: 61 contro 39. A favore della Spagna, verrebbe da pensare in automatico. Nossignori: è il dato del secondo tempo, ed è stato favorevole all’Italia, che ha tenuto in equilibrio anche la percentuale complessiva (52,6% a favore dei campioni d’Europa e del mondo). Finalmente in obbedienza agli ordini di Prandelli e alla sua volontà di calcio palleggiato, gli azzurri hanno sfidato i maestri del tiqui taka sul loro stesso terreno, addirittura sovrastandoli. Tra Barcellona e Spagna, erano anni che il pallone non transitava in prevalenza nei piedi degli avversari. L’Italia c’è riuscita. E non è stata melina. Perché finché le gambe hanno retto, cioè fino al 90’ (dopo, è stata questione di nervi e volontà) il solo Sergio Ramos si è reso protagonista di 5 respinte difensive: l’Italia, di squadra, si era fermata a 3. Dominio? Sì, una specie. E nonostante il miglior smistatore di pallone a disposizione di Prandelli, ovvero Andrea Pirlo, non si sia prodotto nella sua miglior serata. Per lui 54 passaggi riusciti su 63. Sulle fasce però siamo andati forte, in particolare: a destra Maggio e Candreva hanno costretto spesso sulla difensiva il rapidissimo Jordi Alba, a sinistra il commovente Giaccherini ha battuto da solo la banda per 80 metri, avanti e indietro. Il risultato sono ben 28 cross, purtroppo mai pienamente sfruttati, anche perché nella ripresa l’incursore principe di questa Nazionale, Daniele De Rossi, è stato costretto ad arretrare a centrale difensivo. Il giallorosso è però stato strabiliante in entrambe le versioni: è stato lui il cuore della manovra, con ben 133 tocchi (Pirlo, abituale epicentro azzurro, si è fermato a 101). De Rossi ha visto il pallone addirittura più dell’altro professore in campo, lo spagnolo Xavi (121 tocchi), costretto quasi sempre dalla densità azzurra a manovrare in orizzontale e mai con passaggi rapidi. Un’altra grande vittoria azzurra. Così arriverà presto anche quella sul campo.

Prandelli: “I miei ragazzi sono stati commoventi”

E alla fine non si sa bene cosa leggere, negli occhi di Cesare Prandelli. Se più orgoglio o più rabbia, la tristezza di chi in mano si ritrova un’altra beffa da metabolizzare, e addosso un’altra ferita da rimarginare con il tempo. Ma la risposta, forse, non è così difficile da cercare: la si può trovare nei ripetuti, insistiti olé che lo stadio Castelao ha dedicato al possesso palla della sua squadra, mica a quello della Spagna, e non è sembrato il tifo di brasiliani che volevano evitare nella finale di domenica i campioni del mondo del calcio, ma l’ammirazione di chi ama il calcio del coraggio e non dell’attesa. Il calcio che sa sovvertire i facili pronostici. Oppure quella risposta si può trovare nei numeri, e quelli non sbagliano: da ieri sera è l’Italia l’avversaria che la Spagna ha sofferto di più nell’era Del Bosque più che un’era è diventata un’epopea perché è stata l’unica capace di strapparle tre risultati utili, una vittoria e due pareggi. Lotteria dei rigori Questo è l’orgoglio di Prandelli, «perché si sa che poi ai rigori può capitare tutto,maa prescindere abbiamo giocato una grande partita, concedendomaanche creando molto, rispondendo colpo su colpo, confrontandoci anche dal punto di vista tecnico e dimostrandoci all’altezza della squadra più forte del mondo. La Spagna è davanti a noi perché da molti anni lavorano su certi concetti, ma dal punto di vista dello spirito e anche tatticamente stiamo migliorando: da stasera sappiamo ancora di più che il risultato va ricercato sempre attraverso il gioco. Tutte le partite che non vinci vorresti rigiocarle, ma in queste condizioni è assurdo: i ragazzi sono stati commoventi e la dedica per questa grande partita va a Borgonovo e alla famiglia: hanno vissuto un dramma con grande forza d’animo e serenità». Una mezza vendetta Poi c’è la rabbia, e quella resta compagna indesiderata e immeritata: la ferita da medicare era il 40 di un anno fa, nella finale dell’Europeo, ma da ieri sera brucia il doppio, perché si è riaperta anche un’altra cicatrice, quella dell’Europeo 2008. Il coltello è stato lo stesso, i calci di rigore, e ricordare che gli spagnoli hanno sempre detto di considerare quella notte in realtà un’alba, l’alba del loro ciclo formidabile, stavolta è solo una beffa in più. Dopo aver lavorato bene si può sognare, aveva detto alla vigilia Prandelli: di giocare una grande partita e anche di vincere, e l’Italia ci è andata davvero molto vicina. Sognare si può sempre, anche in una calda serata brasiliana, con l’umido che ti appiccica addosso non solo sudore, ma anche nuove certezze. E questo è quel che resta a Prandelli, al di là di orgoglio e ferite.

Confederations Cup, Spagna-Italia 7-6: le pagelle

SPAGNA (4-3-3)::: CASILLAS 6: lo salvano la poca mira degli azzurri e un po’ di fortuna, soprattutto su Maggio. ::: ARBELOA 5.5: spinge raramente, distratto dietro. ::: PIQUÉ 6.5: tiene a bada Gilardino, sempre attento nel chiudere su chiunque passi dalla sua zona. ::: S. RAMOS 6.5: come sopra, in più deve aiutare anche Jordi Alba, spesso in difficoltà. ::: J. ALBA 5: il fatto che stia altissimo, quasi in linea con i centrocampisti, aiuta sicuramente in fase offensiva. Ma quando attacca l’Italia è sempre costretto a rincorrere Maggio, che gli fa girare la testa. Meglio nella ripresa. ::: BUSQUETS 5: il passaggio più difficile è di tre metri. In più non fa nemmeno filtro. Quasi inutile. ::: XAVI 6: solito padrone della metà campo, stavolta però eccede nell’abbassare il ritmo, rendendo la manovra spagnola decisamente sterile. ::: INIESTA 7: è l’unico che prova a cambiare passo a centrocampo. Si muove, prova ad inventare qualcosa, ma non è seguito dai compagni. ::: SILVA 5: fantasma, tocca pochi palloni e i continui cambi di fascianonlo aiutano (dall’8’ st Navas 6: si fa subito vedere con un buon destro bloccato da Buffon). ::: TORRES 5.5:all’ultimo scelto al posto di Soldado, i centrali azzurri gli lasciano spazio solo una volta, ma nonostante un grande movimento sparacchia fuori. ::: PEDRO 6: molto propositivo in avvio, nella ripresa si abbassa sulla linea dei centrocampisti per aiutare Jordi Alba (dal 34’ st Mata 6).

ITALIA (3-4-2-1) ::: BUFFON 6: poco impegnato, attento su Navas. ::: BARZAGLI 6: si distrae solo una volta, quando Torres lo salta come fosse un palo ma lo grazia. Esce nell’intervallo per un problema fisico (dal 1’ st Montolivo 5.5: entra e si piazza al fianco di Pirlo, senza però accendere la luce). ::: BONUCCI 6.5: comanda la difesa alla perfezione. Non ci sono dubbi, rende alla grande solo giocando a 3 dietro. ::: CHIELLINI 6.5: la velocità di Pedro gli dà fastidio in avvio, poi recupera e si mantiene ai livelli dei due compagni di reparto. ::: MAGGIO 6.5: tatticamente perfetto, chiude bene dietro e attacca continuamenteAlba alle spalle, nello spazio lasciato dal terzino spagnolo. Peccato solo che sottoporta non sia freddo: spreca due buone occasioni di testa. ::: DE ROSSI 7: era da tempo che non si vedeva giocare una partita così. Corre, lotta davanti alla difesa e ogni tanto si favedere pericolosamente anche nell’altra area. Il suo recupero (mentale) potrebbe essere fondamentale per il futuro. Nella ripresa perfetto anche da centrale difensivo. ::: PIRLO 5.5:al rientro dopo il problema muscolare, si vede che non è al 100%. Si limita a qualche lampo di grande classe, senza però incidere come al solito. ::: GIACCHERINI 6: Arbeloa rimane più basso di Alba, ma l’esterno della Juve lo riesce comunque a mettere in difficoltà, dimostrando di essere il più in forma di questa nazionale. ::: CANDREVA 7:insieme a De Rossi la sorpresa della serata. In fase dinon possesso si sacrifica su Iniesta, poi è il primo a ripartire in velocità e famale alla difesa iberica. ::: MARCHISIO 6: come il compagno sulla trequarti, segue quasi a uomo Xavi. Ma a differenza del laziale non è in grande forma, quindi non riesce a pungere in zona offensiva (dal 35’ st Aquilani 6). ::: GILARDINO 6: da solo combatte in mezzo ai centrali spagnoli. Riceve pochi palloni, però fa un lavoro utile per la squadre (dal 1’ pts Giovinco 5.5).

Miccoli fa mea culpa: “Non sono mafioso”

Le lacrime hanno accompagnato la sua versione. Fabrizio Miccoli ha chiesto scusa a Palermo per quelle frasi sul giudice Giovanni Falcone (definito «fango») emerse dalle intercettazioni mentre parla con il figlio di un mafioso. Sulla natura dei suoi rapporti con Mauro Lauricella, il figlio del boss del Kalsa Antonino, e con Franceso Guttadauro, nipote del superlatitante Matteo Messina Denaro, non ha risposto. Avrebbe voluto farlo, ma il suo avvocato Francesco Caliandro lo ferma. «Su questi temi non rispondiamo—dice—. Abbiamo un impegno di lealtà con chi svolge le indagini». Non sono mafioso Dopo le quasi 5 ore di interrogatorio del giorno prima, Miccoli parla alla città che lo ha osannato per 6 anni. «Sono tre giorni che non dormo — dice piangendo l’ex attaccante del Palermo —. Sono uscite cose in cui non c’entro nulla. L’ho dimostrato nei fatti. Nel ventesimo anniversario della morte di Giovanni Falcone ero in campo per lui. Chiedo scusa alla città, alla mia famiglia che mi ha fatto crescere in un contesto di valori e rispetto. Sono un padre e voglio che i miei figli crescano nella legalità. Sono un calciatore e non un mafioso. Sono contrario a tutti i pensieri della mafia. Spero un giorno di poter essere testimone della legalità delle associazioni di Maria Falcone. Avevo già contattato la signora e da lei sono arrivate bellissime parole. Mi ha detto che bastava chiedere scusa a tutta la città e non a lei come sorella di Falcone ». Ma la sorella del magistrato smentisce. «Non è vero che Miccoli ha parlato conme—ha detto la signora Falcone —. Voleva farlo, ma non abbiamo parlato. Ha cercato di contattarmi per chiedermi scusa, ma non deve chiedere scusa a me, deve chiedere scusa a Giovanni, ai siciliani e ai tanti tifosi che credono in lui». Ieri un centinaio di tifosi ha posato sull’albero Falcone di viaNotarbartolo le maglie del Palermo. Un altro Fabrizio Miccoli continua col mea culpa. «Sono stato amico spontaneo di tutti senza sapere a cosa andavo incontro. Se ho sbagliato è accaduto perché ho cercato di essere non Miccoli capitano del Palermo, ma semplicemente Fabrizio, cercando negli altri amicizia». Poi un cenno sull’interrogatorio dei pm palermitani per le accuse di estorsione e accesso abusivo a sistema informatico. «Sono state 5 ore importanti — ammette l’attaccante —, sono uscito sereno. È uscito un altro Fabrizio. Prenderò le cose positive della vita, devo mettere da parte le sciocchezze, devo essere più egoista e pensare alla vita vera, a mia moglie e ai miei figli. Non sono preoccupato dei risvolti penali dopo l’interrogatorio, né temo che la mia carriera possa finire qui». Miccoli ha smentito feste in locali con presunti mafiosi. «In 6 anni a Palermo sono stato tre volte in discoteca. Ho vissuto tra allenamenti e famiglia. Non sono mai stato a feste private. Andavo al ristorante, andavo a pesca e caccia anche con ispettori di polizia e agenti della Digos, ma senza secondi fini ». E fa chiarezza anche su quella frase al nipote di Matteo Messina Denaro «non venire al campo, ci sono sbirri nuovi», e dice: «Ci alleniamo al tenente Onorato—spiega—è un campo militare. Non tutti possono entrare. Ho sbagliato a dire la parola sbirro, ma volevo solo dire di non venire al campo».

Addio Stefano Borgonovo, tutto il mondo lo saluta

«Rognoni, presente. Vincenzi, presente. Soldan, presente. Lombardi, presente. Signorini, presente. Borgonovo… presente». È bello pensarli così, di nuovo insieme in un immaginario spogliatoio dopo una partita. Quella comune contro la Sla che ieri si è portata via anche Stefano Borgonovo. L’ultima vittima della sclerosi laterale amiotrofica, detta anche “morbo di Gehrig”. O semplicemente “la stronza” come ce l’aveva presentata “Borgo” quella sera del 5 settembre 2008, quando aveva svelato al mondo la sua malattia. Immobile su una carrozzina, senza più voce, ma con lo stesso spirito di quando svettava in area di rigore contro le difese di tutta Europa, l’ex centravanti aveva cominciato quella sera la sua ultima e più difficile partita. E il fischio finale è arrivato ieri sera: Stefano se n’è andato a 49 anni. E lo ha fatto – guarda caso – in una grande serata di calcio come quella della semifinale di Confederations Cup. La Nazionale ha onorato la sua memoria col lutto al braccio, come si fa con i grandi. Lui che in azzurro aveva giocato appena tre partite. LA RIVELAZIONE «Io, Stefano Borgonovo, sono malato di Sla», le prime parole semplici pronunciate attraverso un sintetizzatore vocale davanti al pubblico di Sky, «voglio trovare soldi per la ricerca: magari salta fuori la penicillina del 2008. Io amo troppo il calcio e mi rifiuto di pensare che la mia è una malattia del calcio. Anzi, se potessi, scenderei in campo, in cortile o all’ora – torio e andrei a giocare». Un’indimenticabile professione d’amore per il pallone, nonostante tutto. Poco più di un mese dopo “Borgo” era già in campo insieme agli amici del mondo del calcio, riuniti al Franchi di Firenze per lui. In campo i suoi grandi amori, Fiorentina e Milan. A spingere la carrozzina di Stefano sul prato invece Roberto Baggio, come ai tempi della «B2» che faceva impazzire i tifosi viola. Quella sera Stefano realizzò il primo di tanti gol segnati alla Sla con la sua Fondazione. Un morbo che ama troppo i calciatori: oltre 50 i casi accertati tra gli ex giocatori sui circa 5mila malati in Italia. Troppi per non aprire voragini di sospetti su un lungo arco della nostra storia calcistica. La Stronza alla fine lo ha battuto, ma di certo non lo ha sconfitto. Borgonovo ci ha regalato troppe emozioni, troppi insegnamenti per pensare a lui solo come un uomo malato. Perché serviva il suo spunto, il suo fiuto per il gol per bucare questo catenaccio e svelare a tutta Italia la realtà di un male oscuro che imprigiona le persone nel proprio corpo. Lui che era “Attaccante nato”, come ricorda il titolo della sua biografia. Gli inizi al Como, l’amore inesauribile per Firenze, le notti magiche nella Coppa Campioni 1990 vinta col Milan di Sacchi. Il ritorno in Toscana e il finale di carriera tra Pescara, Udinese e Brescia. E poi il ritiro sul suo lago per insegnare calcio ai bambini. Un sogno e un piacere strappatogli via dai primi sintomi della malattia nel 2005. Da lì era cominciato il lento declino fisico vissuto nell’isolamento. Fino alla decisione di partire in contropiede contro il male, con accanto una squadra speciale: la moglie Chantal, i quattro figli e tanti amici da Massimo Mauro a Roby Baggio fino a David Beckham. Anche lo “Spice Boy” aveva voluto incontrarlo durante i suoi mesi al Milan. «Una malattia di merda», il commento di Mauro in pieno stile “Borgonovo”, «povero Stefano, hai finito di soffrire». Il sintetico messaggio sul sito di Baggio rivela invece tutta la commozione del momento: «Ciao Stefano, Eroe». NIENTE MINUTO DI SILENZIO «Un modello da seguire» per il capo della Fifa, Sepp Blatter, che gli ha però negato il minuto di silenzio a Fortaleza prima di Italia-Spagna. «Ciao Campione! Voleremo sempre con te sotto la pioggia di Monaco di Baviera. Anche nella malattia sei stato grande», il saluto del Milan col ricordo di quell’incredibile gol che valse ai rossoneri la finale di Vienna 1990. «Ricorderò sempre la voglia di vivere e di lottare. Spero solo che vada a stare meglio», dice l’allenatore di quel Diavolo, Arrigo Sacchi. «Grazie per l’insegnamento che hai dato a tutti noi. Ciao Stefano, amico mio», il ricordo del compagno di quei giorni, Carlo Ancelotti. «Pensavo fosse immortale», parola di Giovanni Galli. Lo speravamo anche noi Stefano Borgonovo invece se ne’è andato, è rientrato nello spogliatoio con i suoi compagni. Ma siamo sicuri che lo abbia fatto con un sorriso, come ci ha insegnato in questi anni con i suoi gesti e le sue parole: «E poi mi piace ridere, ancora adesso che all’apparenza non ne avrei motivo. Non sono cambiato da questo punto di vista, felice di essere felice, nonostante tutto. Ho imparato ad apprezzare ciò che mi è rimasto. Gli amici, le sensazioni positive, qualche raro movimento. Prendo il buono della vita e mi sento comunque fortunato, so che addirittura c’è chi ha meno di me. Quindi rido». Noi qui piangiamo.